Di ritorno da un weekend su una piccola incantevole isola dove il Tango non è approdato e tutti vivono tranquillamente senza, rifletto sul senso di questo ballo. Non mi è mancato, neanche una frazione di secondo, anzi a dirla tutta nemmeno l’ho pensato. Eppure lo amo, ne ho fatto il perno di svolta del mio romanzo perché credo nella sua forza intrinseca sotto più profili, lo ballo, lo insegno… perché allora non ha sfiorato il mio pensiero nemmeno un attimo? Certo, sono stata via solo pochi giorni, mi sono detta, ma in altre occasioni comunque balenava tra i miei pensieri. Perché questa volta no?

La forza di questo ballo negli ultimi anni mi è sempre più chiara, non tanto a livello superficiale, quanto a livello profondo.

Come dico nel mio romanzo “Amore… a passo di Tango”: il tango ti illude di poter evitare ciò che non vuoi sentire. L’illusione di potersi nutrire di tango per compensare ciò che ci manca nella vita esterna, soprattutto all’inizio, è forte, ma noto andando avanti quanto questa illusione possa protrarsi nel tempo, attaccandosi anche e soprattutto ai tangheri più appassionati. Mi sono sempre chiesta perché, e se a livello superficiale è forsanche banale darsi una risposta, ho sempre voluto andare più a fondo.

L’illusione del tango può anche durare anni, magari pure un’intera vita. Quando si trova una eccellente via di fuga, dai molti benefici a livello fisico, emozionale e che oltretutto affascina i più, perché imparare ad affrancarsene per trovare un equilibrio reale?

Allora la domanda è sempre stata: cosa mi sto perdendo, restando in questa dorata illusione? Perché, in fondo, ho sempre creduto che sia possibile ballare tango senza “farsi di tango”, e non è un discorso semplicemente di quantità o qualità, ma di libertà.

Il tango come scelta e non come bisogno, anche se scegliessi di ballarlo ogni sera.

Vedo continuamente intorno a me persone che, come dico io, “si fanno di tango” e lo capisco, io stessa l’ho fatto e lo faccio ancora oggi quando fatico a incanalare la mia energia laddove davvero vuole spaziare. Così il tango diventa un meraviglioso surrogato. Eppure questo non mi ha mai convinto, ho sempre sentito che a ben guardare mi perdevo qualcosa, scappavo da qualcosa… ma non sapevo cosa.

Di ritorno da questo weekend è arrivata la risposta, come tutte le volte che non la cerchi e lei arriva da sé.

La relazione.

Buffo!, visto che il tango evoca fortemente il concetto di relazione, considerando l’abbraccio avvolgente che lo contraddistingue. E così ho capito: “posso ballare anche con 50 persone in una sera e non essere davvero in relazione con nessuna”, così come “posso ballare aprendomi a chi ho davanti e permettendomi di entrare in uno spazio più profondo della mia anima, per poi richiudere la porta non appena mi sfilo le scarpe ed esco dalla milonga”.

Certo ogni essere umano è a sé stante, ognuno è un mondo a sé e ogni generalizzazione è in fondo impropria, ma si tratta solo di una riflessione.

Nel mondo che mi circonda sento molto presente questa grandissima illusione che avere tanti contatti sia stare in relazione; oggi chiunque ha centinaia di amici su facebook, si interfaccia tra messaggi, chat, con tante persone. Così come l’illusione che se sono aperta a ballare con diverse persone e mi emoziono mentre ballo, sia perché mi sto permettendo di stare in relazione. Quando si può parlare di relazione?

Io stessa, che utilizzo mezzi tecnologici e ballo tango, riconosco l’utilità dei primi, così come il piacere del secondo, ma non posso non riconoscerne il grande limite: l’illusione, della quale non ti accorgi nemmeno più se non resti abbastanza osservatore di te stesso.

Trascorrendo giornate nelle quali la parola a vis a vis, lo sguardo, il tatto, i sensi, sono stati i protagonisti mi sono accorta cosa stavo vivendo e cosa mi ero persa sino a lì: la possibilità di “stare in relazione” senza contenitori esterni, di appoggio.

Il tango, così come una chat, un network, possono trasformarsi in un contenitore che chiude e illude, invece di divenire il trampolino di lancio per aprirsi. Dipende da come lo vivi, da che “uso” ne fai.

Il tango più vero l’ho sentito quando mi sono permessa di stare, aperta, in quell’abbraccio, con tutto quel che c’era: gioia, insicurezza, timori, piacere, ansia, voglia di contatto, paura di non riuscire a metterci del mio, di non essere accolta per ciò che sono, bisogno, con il cuore che accelerava per l’emozione, i piedi talvolta così saldamente ancorati a terra, tal altra così per aria, i muscoli rilassati o al contrario così tesi da bloccare il respiro. Solo quando mi sono permessa di STARE, SENTIRE il mio corpo e REGISTRARE ho trovato me nel due, e sentendo me ho potuto iniziare a sentire davvero l’altro … eppure mancava comunque qualcosa, non lì per lì, ma dopo.

Ero sempre dentro un codice, comunque dentro un codice e per quanto abbia spaziato in esso, sondato i limiti (e quanto ancora li sonderò!), c’era un codice che mi tutelava, che metteva un contorno intorno a noi, trasmettendomi sicurezza, la sensazione comunque di sapere in che terreno mi stavo muovendo.

E’ oltre quello che vale la pena andare. E’ oltre il contenitore conosciuto che giochi davvero la partita dell’imparare a stare in relazione, quando cammini accanto ad un altro essere umano, qualunque esso sia, compagno/a, amico/a, familiare e non hai un codice che ti dica come camminare, da che parte andare, chi guiderà e chi si lascerà portare, se vi sarà uno scambio di ruoli, se, di fronte all’errore di uno dei due, continuerete ad aver voglia di camminare insieme senza colpevolizzarvi, se potrete permettervi di toccare la pelle l’uno dell’altro per il puro gusto di farlo, senza che un luogo o una musica ti diano il permesso, e decidendo voi come e per quanto tempo, stabilendo ciascuno quei confini che ti permettono di esserci senza perderti.

Allora sì che difendo la forza del tango, quando quell’abbraccio non diventa il luogo dell’estraniazione, della fuga da sé e dagli altri, dell’illusione del saper stare in relazione. Difendo il tango quando gli viene lasciato il suo ruolo, quello che rende nobile questo ballo, che lo esalta, che mi fa dire quanto valga la pena, per chi ne ama la musica, lasciarlo entrare nella propria vita: essere un luogo protetto di sperimentazione di sé, una possibilità di conoscere sé. Ce ne sono infinite… il Tango è una. Lasciare che il corpo parli dentro quell’abbraccio e ascoltarlo, osservandosi, per poi portare fuori, nel mondo di tutti i giorni, tutto ciò che ci si è permessi di sperimentare lì dentro.

Fare del tango lo spazio dell’allenamento piacevole alla fiducia, alla connessione, al dialogo, all’affermazione di sé… sino all’apertura di cuore, oggi così rara, perché ci fa sentire vulnerabili, ma che è la sola possibilità per dare e ricevere, permettendosi uno scambio umano capace di nutrire l’anima.

 

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