Avevo 17 anni, ero contesa tra due ragazzi che erano entrambi innamorati follemente di me e io non sapevo con chi stare dei due. All’epoca, può sembrare preistorico, non esistevano i cellulari, o se esistevano li avevano in pochissimi, niente fb, niente chat, niente post continui per raccontare minuto per minuto cosa stai facendo incapaci come siamo oggi di contenere le nostre emozioni  e bisognosi di continua attenzione.

Si fronteggiarono a suon di corteggiamento all’ultimo sangue… e quando l’altra sera lo raccontavo ad un’amica, lei mi guardava stupita, con gli occhi luminosi e mi diceva “ma è bellissimo”…

A. appese nell’atrio del mio palazzo tra la colonna dell’ingresso e il muro uno striscione con scritto “Ti Amo” visibile a tutti i condomini, per poi ritrovarsi a scrivere con i baci perugina “Ti amo” sullo zerbino di casa mia, perché potessi leggerlo la mattina alle 7:30 una volta aperta la porta di casa prima di andare a scuola (con mia madre che lo beccò sull’uscio, ma fece finta di niente per non rovinarmi la sorpresa), e così mi ritrovai riempita di “Ti amo” dalla porta di casa sino al banco di scuola dove era posato un bacio perugina.

M. mi fermò in mezzo alla strada, alla fermata del bus dicendomi “sono giorni che ho continuamente il tuo viso davanti e voglio conoscerti, mi chiamo M.”, poi arrivò il bus e pensai che fosse un pazzo, ma non lo era.

A. mi mandò 15 cartoline quell’estate dalla montagna dove era lui, al paesino in montagna dove ero io, ne spediva una al giorno e su ogni cartolina c’era una lettera scritta. A fine vacanza si compose il suo pensiero “Maria ti amo tanto”.

M. prese un registratore piccolo, di quelli che usavano i giornalisti, e girò per il parco della lunetta gamberini a Bologna, vicino a casa mia, intervistando tutti quelli che incontrava, chiedeva loro di lasciare un messaggio per Maria perché voleva convincerla a stare con lui, poi mi recapitò il nastro a casa e risi come non mai, aveva intervistato non so quante persone e tutte avevano un pensiero per me.

A. scrisse una poesia in rima di 20 pagine per raccontare la nostra storia e dedicarmela.

M. prese un Dylan Dog, cancellò tutti i dialoghi delle vignette con il bianchetto, e al loro posto scrisse la nostra storia, così come la immaginava perché mentre A. era il mio fidanzato dell’epoca, M. era il ragazzo che voleva che lo lasciassi per stare con lui.

A. fece cambiare il fanalino del suo motorino F10 perché voleva che quando si accendevano gli stop venisse fuori la scritta M & A, le iniziali dei nostri nomi.

M. andò di nascosto nel mio cortile di casa e con un gesso disegnò un grande cuore rosso, poi lanciò un sassolino verso la mia finestra del bagno e quando la aprii si mise a cantare la canzone di Eros Ramazzotti “Ti sposerò perché”, e io rispondevo cantando dal bagno mentre mi truccavo prima di uscire con lui, e mia madre ci guardava divertiti.

Racconto questo perché mi accorgo a malincuore che oggi gli uomini non corteggiamo più, la danza dello stupirsi è stata sostituita da infiniti scambi di inutili messaggi sulle chat, da like e post su fb…

Non ci mettiamo più la faccia e non osiamo più… non andiamo per gradi e vogliamo tutto subito… la danza del corteggiamento ce la siamo persi per strada… ma soprattutto non ci proponiamo più, non cerchiamo più di stupire e di catturare l’attenzione semplicemente facendo ciò che ci rende felici… sono certa che A. e M. fossero elettrizzati mentre pensavano e mettevano in atto i loro gesti di corteggiamento.

Qualcuno penserà che è banale quando non si hanno più 17 anni, ma il punto non è il come vuoi corteggiare, ma il corteggiare, il prenderti un tempo per portare pian piano la tua energia verso un’altra persona e danzare con lei giocando tra le distanze, la scoperta, la curiosità, le voglie, e perché no anche i timori di essere rifiutati… è parte del gioco

Le chat non sono reali, tutto ciò che non ci mette davanti ad una persona con gli occhi e il corpo, e le parole da poter ascoltare, non sono reali e contribuiscono a creare un’immagine fittizia dell’altro e di noi con l’altro

Noi donne, dal canto nostro, spesso ci sostituiamo agli uomini andandoci a prendere senza troppo indugio ciò che vogliamo, finiamo per diventare predatrici, rinunciando all’attesa, poi… come spesso sento dirmi dalle tante donne che incontro per il mio lavoro “gli uomini non ce la possono fare!”.

E noi?

Ho imparato una cosa sulla mia pelle, quando ti rimetti nel tuo femminile e lasci che gli uomini possano stare nel loro maschile, li lasci fare, loro prendono in mano la situazione e ti stupiscono a loro modo, mentre quando per sfiducia nelle loro capacità cerchi di anticiparli, o solo perché intuisci che potrebbero far fatica a darti ciò che vorresti ti sostituisci a loro, loro rinunciano al loro maschile.

Bisogna sempre partire da noi, pensare a cosa possiamo fare noi, a cosa posso fare io… la storia degli altri, dell’altro non ci riguarda in fondo

La donna prima di integrare la sua parte di maschile interiore, ha necessità di radicarsi profondamente nel suo femminile interiore e l’uomo, viceversa

Quando non avevamo la tecnologia continuamente a portata di mano, avevamo più tempo per pensare davvero se chi avevamo davanti era una persona per cui valeva la pena impiegare il nostro tempo, e  quando per dire all’altro i nostri sentimenti dovevamo inventarci una canzone dedicata per radio, uno striscione, un graffito sul muro, una lettera per posta… dovevamo metterci la faccia e il tempo… non potevi mandare 3 messaggi contemporaneamente a tre donne decidendo con quale uscire a seconda di chi ti rispondeva… correvamo rischi… eravamo più coraggiosi

Ciò che mi auguro e vi auguro in questo tempo di pausa natalizia è di riapproprirci veramente del senso delle relazioni, con tutto quello che portano con sé, invece di illuderci di essere connessi gli uni agli altri quando poi all’atto pratico siamo tutti molto più soli interiormente, ansiosi e disconnessi.

Vi auguro un Natale di gesti, di sguardi, di abbracci, di stupore, di momenti per osare e metterci la faccia

Maria

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