Quando passiamo anni a desiderare ardentemente un cambiamento non ci accorgiamo di quanto quel desiderare ci faccia sentire vivi, e plasmare con la mente il nostro cambiamento, dare forma a ciò che desideriamo, è un dolce e struggente cullarsi in qualcosa che ancora non c’è, ma che mentre ce lo figuriamo diventa reale dentro di noi.

Desiderare implica un’assenza e un volere.

Ci accorgiamo che il nostro desiderio è stato esaudito, che il cambiamento è avvenuto, quando già lo stiamo vivendo, ma il passaggio, l’istante che definisce Me prima del cambiamento da Me dopo il cambiamento è inafferrabile. E quando scivoliamo nel nuovo Me muore il vecchio Me.

Siamo affezionati al vecchio Me, anche se passiamo anni a cercare di cambiarci, a volerci diversi, migliori, la verità è che aver passato tanto tempo con una certa immagine e sensazione di noi è forse proprio ciò che ci rende difficile lasciarlo. Il fuori non c’entra.

C’è un prima e un dopo.

Che sia l’aver realizzato il lavoro che desideravi, l’aver incontrato la persona che andavi cercando nel mondo, che sia l’aver raggiunto un livello di consapevolezza nuovo… dovrai lasciare ciò che ti ha accompagnato per anni. Li chiamo piccoli lutti interiori, perché di fatto lo sono. E’ accettare di lasciar morire il Me di prima per lasciare posto al nuovo, perché dietro ogni cambiamento esteriore c’è un cambiamento interiore.

L’ho sentito stamattina, appena sveglia, ma mi è già accaduto altre volte. C’era il silenzio della casa, un vento sottile ma percepibile che soffiava dalla finestra peraltro chiusa, e c’ero io. Mentre sedevo sul letto e istintivamente riordinavo dei biglietti da visita raccolti in anni di vita ho rivisto Me di prima, il badge di quando lavoravo in Comune, gli hotel di un viaggio a Madrid di tanti anni fa, il biglietto del negozio di Mantova nel quale compravo le scarpe da tango quando ero una principiante… e mentre rivedevo i biglietti, risentivo la Me di prima, rivedevo le persone che avevano affiancato la Me di prima e risentivo come era avere i desideri, molti dei quali oggi ho realizzato. Ho sentito il profumo del passato, aria di passato nel presente, mi sono rivista mentre camminavo per le strade di Bologna in solitaria e desideravo, ho sorriso dei piccoli grandi struggimenti che provavo, il senso di mancanza dovuto al non avere ancora, e il senso di pienezza legato al desiderare. E mi sono fermata per un attimo dentro il senso di nostalgia e di amore per ciò che sono stata. Ho sentito che un nuovo passaggio è avvenuto, e ho ricordato le parole di questo libro “La vita dopo il risveglio” di Adyashanti:

In quel momento capii che il modo in cui la maggior parte degli esseri umani concepiva il mondo non era più il modo in cui lo vedevo io. E non l’avrei mai più visto in quel modo. Qualunque cosa fosse successa, non c’era più via di ritorno… in qualche modo, un ponte era stato attraversato, e nell’attraversarlo il ponte era stato bruciato… Ci fu solo quel momento di esitazione, quel momento di nostalgia, chiusi gli occhi e mi permisi di sentirlo. Quando riaprii gli occhi la nostalgia se n’era andata” (La vita dopo il risveglio di Adyashanti).

C’è qualcosa di profondamente rassicurante in ciò che siamo stati per anni, qualcosa di familiare, è da quel senso di sicurezza che spesso facciamo fatica a staccarci, più che dai fatti e dalle situazioni in sé. Chi saremo dopo? Non lo sappiamo. E fa un po’ tremare, di paura e di voglia.

Vivere orizzontalmente non ci porta a queste riflessioni e a incontrare questi passaggi, perché semplicemente la vita che facciamo è piatta, prevedibile, definita a priori dalla nostra mente e poi vissuta, anche se ci comporta un senso di non nostro al suo interno, anche se profondamente sappiamo che non ci appartiene, ma è più semplice così.

Vivere verticalmente è non sapere, è andare incontro ai cambiamenti, cercarli, adoperarsi per cooperare con l’universo affinché avvengano, è mettersi in discussione. E’ più difficile, è più coraggioso. E’ morire e rinascere tante e tante volte fino all’ultimo dei nostri giorno. E’ elaborare i lutti interiori ogni volta che dobbiamo lasciar andare un modo in cui siamo stati, una maniera in cui ci siamo percepiti, un’immagine di noi.

Provare nostalgia è legittimo, perché ogni nostra modalità di essere è stata funzionale in un dato momento e periodo per la nostra sopravvivenza e incolumità. Che poi nel tempo quella stessa modalità si sia rivelata una gabbia alla nostra libertà e questo ci abbia arrecato sofferenza, era necessario che fosse così, diversamente non avremmo aspirato al cambiamento, non avremmo potuto desiderarlo.

Quando ti accorgi che hai attraversato un nuovo ponte è perché sei già oltre, sarebbe toccante potersi fermare proprio nel punto esatto in cui il ponte finisce e tu metti il piede nella tua nuova vita, per salutare quella che sei stata, ma quel punto sfugge perché la vita è fluida.

Accadono però momenti, come per me stamattina, nei quali se accetti di fermarti un istante, puoi sentire ciò che hai lasciato andare e con orgoglio guardare al tragitto che hai percorso, ricordarti del tempo impiegato, della fatica, del desiderio che ti animava e ti faceva sentire vivo e ringraziarti. A volte quando siamo impegnati nel cambiare ci dimentichiamo di essere grati per come siamo stati. Dire grazie al Me di prima è un importantissimo riconoscimento a noi stessi. E poi si va avanti.

Tutto a un tratto c’ero io, che stavo lì, che reggevo il mio piatto di cibo a quel matrimonio, e c’era la realizzazione che anche se io non vedo le cose nel modo in cui le vede la maggior parte della gente, così è. Questa è la vita, ed è meravigliosamente bella. L’unica cosa che mi restava da fare era tornare nel mondo. Così col mio piatto in mano camminai dentro la visione che avevo appena contemplato… Fu un momento di riconoscimento…” (La vita dopo il risveglio di Adyashanti).

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