Mentre sul palco dell’Arena del Sole di Bologna la compagnia di Pippo Delbono metteva in scena con lo spettacolo "La Gioia" (nella foto la scena finale) il disagio interiore, la follia, la disperazione, l’angoscia, il dolore, attraverso attori che in prima persona ne hanno fatto esperienza… ho lasciato risuonare più volte la domanda, che Delbono stesso in scena continuava a ripetersi:

Dov’è la gioia?

Tra una donna che ballava tango e ha perso il suo compagno… è stata la prima a entrare in scena, pazzesco… il tango mi ha raggiunto anche lì…

un barbone di ormai 81 anni, Bobò, recuperato in strada tanti e tanti anni prima da Delbono, che non parla, fa lamenti, versi strazianti, che risuonano con la parte di te che vuole dire qualcosa e non ci riesce, con ciò che preme per uscire ma non trova forma, e infine ti ricordano che ognuno ha qualcosa di prezioso da dire anche quando noi non lo capiamo…

tra un uomo travestito da donna che canta una meravigliosa canzone in playback sbagliando i tempi, un po’ grottesco, un po’ spassoso, ma così dentro il suo desiderio di esprimersi da catturarti e farti pensare “un regista che si permette di mettere in scena tutto questo o è un folle o è un genio”… o forse nel genio è già insita la follia?

uno stuolo di vestiti stesi alla rinfusa sul palco che è divenuto un mare tra barche di carta illuminate in maniera impeccabile, come i corpi straziati di chi ha perso la vita nelle traversate illuminati da un neon che mi ricordava le scene del Titanic…

Dov’è la gioia?

“Io sono un pazzo, ma so di esserlo”, ha esordito cosi Pippo Delbono, per poi mettere in scena per prima la follia, e c’è riuscito, anche a far arrivare la paura di essere folli, di impazzire, di perdere il controllo… di perdere le coordinate di riferimento del senso comune, della ragione…

e mentre i corpi si dimenavano, sembravano voler esplodere per far uscire qualcosa da sé, a colpi di luce che non dava tregua all’incalzare della musica, non potevi fare a meno di ripensare a tutto il buio che hai attraversato, se l’hai attraversato, oppure a chiederti dove sei stato per tutto questo tempo “è davvero possibile che tutto questo riguardi solo gli altri?”.

Vi racconto una storia, ha detto il regista poco dopo l’inizio, la storia di un uomo che aveva una casa in città, una casa al mare, successo, soldi, eppure era triste, e la sua tristezza poco per volta è diventata disperazione, non senso, gabbia.

Tutto questo ci riguarda… riguarda il permesso che ci diamo di accedere alla parte più buia di noi, che risuona attraverso tutti i personaggi di Delbono e che parla delle nostre angosce, delle nostre paure, del nostro dolore, della disperazione, di tutto quell’ammasso di roba convulsa che proprio come quei vestiti di scena giace nel mare del nostro inconscio in attesa di essere illuminata da una lampada che improvvisamente la restituisca alla superficie.

Dov’è la gioia?

"Non so nemmeno bene io cosa sto facendo" ammette Delbono quando ricorda il pubblico che in Germania gli chiedeva di spiegar loro il senso di ciò che aveva messo in scena sul palco.

Il suo genio, io credo, è nell'aver restituito esattamente ciò che accade nella realtà, ovvero di come le emozioni più intense, le parti ombra dell'essere umano, l'angoscia, la disperazione, la tristezza, la follia... si affaccino sulla scena della propria vita una dopo l'altra, così come i suoi attori si susseguivano senza apparente senso di continuità, senza l'apparenza di un filo conduttore, affastellandosi l'una dopo l'altra, l'una sull'altra, mentre tu, persona, cerchi in qualche modo di tenere insieme il tutto, di tenere le fila, di restituirgli un senso, come il regista ha fatto lungo tutto lo spettacolo.

Dov’è la gioia?

La gioia è forse oltre il buio? O è già dentro le pieghe del buio? La gioia è quando arriviamo alla fine del nostro tunnel interiore, lì troviamo la gioia?

Dov’è la gioia?

Va e viene, suggerisce Delbono, come tutto il resto… è infatti un’emozione, come le altre, eppure noi cerchiamo lei, per portarla a vessillo del nostro riscatto interiore, per dire ce l’ho fatta, sono andato oltre… vivo nella gioia…

Ma se va e viene, se è fuggevole, come possiamo renderla una meta?

Io sono in ogni cosa, nell’oscurità e nella luce, sono nel sereno e nella tempesta, ero anche nella sua risata, ma come sono qui adesso nella tua disperazione, sono la ragione di ogni cosa, sono il solo e unico perché

Questa frase è tratta dal film “Collateral Beauty” dove un uomo affronta la disperazione della perdita della propria figlia di 6 anni.

Dentro la morte, di cui questo spettacolo parla, la morte fisica, la morte interiore, il lasciarsi morire, il desiderare di morire… dentro la morte, c’è già la vita

La morte è intimamente connessa alla vita…

L’amore è quel sentimento ponte tra l’una e l’altra, capace di essere dentro l’una come dentro l’altra, dentro la risata di chi va, dentro la disperazione di chi resta...

Non si può essere nella gioia se si è nella disperazione, ma si può essere nell’amore mentre si è nella disperazione… nell’amore di sé, nell’amore per la propria fragilità e vulnerabilità, l’amore può coabitare con ogni stato d’animo, come un riflettore esterno che può illuminare senza essere oscurato

L’amore è la bellezza collaterale, la bellezza presente in ogni cosa, in ogni dove, in ogni quando… anche quando protagonista è l’oscurità...

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