Sedevo ad una bellissima scrivania in rovere chiaro (ho sempre amato il rovere chiaro), in un antico palazzo storico nel centro di Bologna e facevo il lavoro per cui avevo studiato. Ogni giorno guardavo fuori dalla finestra, come un uccellino guarderebbe fuori dalla sbarre della sua gabbia, gabbia che per qualche motivo, che avrei compreso solo più avanti, mi ero costruita da sola. Respiravo a pieni polmoni solo quando arrivavano le 17 e uscivo da lì, e tornavo a smettere di respirare a pieni polmoni ogni domenica sera, quando sapevo che sarei dovuta tornare a lavorare lì. 

 Non era il posto in sé, o il lavoro in sé, o i colleghi, ma il sapere intimamente che quello non era il mio posto, non era il mio lavoro e che quella che ogni giorno entrava lì non era la Maria autentica, ma quella che avevo creduto di essere da sempre.

Non trovavo via d’uscita e quando cercavo soluzioni, e le cercavo quasi ogni giorno, arrivava quella sensazione lì: “non sono pronta!” e così continuavo a restare in una vita non mia, che però mi dava sicurezza, senso di appartenenza al sistema e soprattutto non mi richiedeva di assumermi troppe responsabilità e di correre dei rischi.

Fin da piccola ho cercato di essere perfetta, di fare sempre la cosa giusta, di avere un uomo perfetto, una relazione perfetta. Perfetto per me significava corretto, giusto, non giudicabile… da me stessa e dagli altri. La ricerca della perfezione mi ha sfiancato, mi ha portato a perdere occasioni interessanti e persone di valore, ma l’ho capito solo dopo, a distanza di tempo, quando la Vita mi ha dimostrato che di perfetto non c’è niente… se non la mia Anima.

Pochi giorni fa mentre tenevo un gruppo di Tangoterapia per ragazzi Down e disabili ad un certo punto ho proposto loro di fare un esercizio in coppia e via di “no, io con lui non ci sto… no io con lei non ci sto…”, reattivi al nuovo. Non erano pronti, apparentemente, al contatto con qualcuno che per qualche motivo a loro non andava bene. Ho chiesto loro di fare silenzio, li ho guardati e gli ho detto: “sapete cosa significa essere disponibili?”. Tutti mi guardavano pensando. Ho detto loro che essere disponibili significa essere aperti al nuovo, all'altro e gli ho chiesto espressamente di poter essere disponibili. E così è stato, e alla fine erano felici.

Sono pronta!

Cosa significa essere pronti?

Si può essere veramente pronti per un figlio, per un amore che ci nutra profondamente, per il lavoro dei nostri sogni?

Mi sono accorta di essere pronta ad alzarmi da quella scrivania in rovere chiaro, una volta per tutte, quando mi sono resa disponibile a me stessa.

Essere pronti significa essere disponibili, non significa non avere paura.

I cambiamenti importanti, quelli forti, quelli che ti obbligano a vederti in maniera diversa da come ti sei sempre percepito, i cambiamenti che ti chiedono di lasciar andare un pezzo dell’immagine di te per incontrare la nuova te di oggi… quei cambiamenti fanno sempre paura, anche se siamo attrezzati interiormente.

Sono pronta!

Sono disponibile!

Ad incontrare una nuova me.

Ad affrontare una paura.

A vivere il mio sogno.

E’ questa disponibilità che fa sì che la vita poi ti venga incontro, questo non ostacolare più i nostri desideri profondi, non ostacolare il flusso. 

Mi sono alzata da quella scrivania in rovere chiaro, per l’ultima volta, il 30 aprile di 4 anni fa, perché ero pronta a seguire il mio intuito, perché ero disponibile a non ferirmi più… anche se avevo paura del futuro, di ciò che non conoscevo, di fallire… ma l’intima certezza che mi sosteneva era sapere che quello non era il mio posto, non era la mia vita e lo capivo dal senso costante di insofferenza che provavo nel restare lì e che il corpo mi rimandava ogni giorno. Si arriva ad ammalarsi restando nel posto sbagliato per noi, che sia lavoro, famiglia, o altro.

E dopo?

Dopo ho incontrato la liberazione, il sollievo, il respiro, la sensazione di aver fatto la cosa migliore per me… non incontri subito la certezza, o non necessariamente.

Il senso di sicurezza arriva dopo, quando ti sperimenti nella nuova te, nel nuovo te, e senti che ci stai comoda, comodo.

Il senso di essere davvero al tuo posto, quello nuovo, arriva dopo un po’, quando hai fatto i conti con la vecchia te che inevitabilmente cercherà di sabotarti, riportarti indietro, ma non lo fa con cattiveria, ha solo bisogno di sentirsi rassicurata… abbracciata… e questo lo puoi fare mentre cammini nella tua nuova scelta di vita.

Vale per un nuovo lavoro, che per me è stato passare dal lavoro di scrivania in un ente pubblico come sociologa, a fondare un’associazione per insegnare il tango e aiutare le persone a stare bene attraverso la tangoterapia.

Vale per la scelta di avere un figlio, andare a convivere, partire per andare a vivere fuori dal proprio paese.

Vale per tutte le situazioni nelle quali non ci stiamo spostando di poco rispetto a noi stessi, ma di tanto. Le scelte che rappresentano un PUNTO di SVOLTA. 

E la cosa incredibile, dopo, è che se osservi a distanza tutto quello che hai vissuto prima e che all’epoca ti sembrava tempo sprecato, ti accorgi che senza ogni istante di quel tempo tu non saresti dove sei oggi. E ti accorgi che la vita aveva disposto innumerevoli segnali che ti portavano nella tua nuova direzione.

SONO PRONTA… SONO DISPONIBILE… a un nuovo Punto di Svolta!

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