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… Viaggiando da soli si impara a fare i conti con sé stessi, si impara ad occuparsi pienamente di sé, si impara che si è molto di più di ciò che si pensava, si entra in contatto con il proprio potenziale e ci si trova di fronte ai propri limiti… ma la sensazione che ti porti a casa, comunque vada, è di forza, di coraggio, di orgoglio. Quando ci impediamo di fare qualcosa che vogliamo, semplicemente perché da soli ne abbiamo paura, ci stiamo togliendo un’occasione per diventare più liberi.

Ho fatto diversi viaggi nei quali sinceramente non volevo stare… credo capiti a tutti… perché magari sei fidanzata e va da sé che vai via con lui… oppure sei da sola e va da sé che vai via con l’unica amica che non è fidanzata… “Ho veramente voglia di fare questo viaggio con questa persona?”, questo c’è da chiedersi e non dare per scontata la nostra scelta, solo per evitare che gli altri ci restino male.

Credo di aver passato in rassegna, nel mese antecedente la partenza, tutte le sfighe che possono succederti in quanto donna che viaggia da sola, da quelle meramente tecniche: una gomma che si buca, il furto della tua borsa con tutto dentro, il navigatore che smette di funzionare… a quelle umane: qualche malintenzionato che vuole farti del male, sentirti troppo sola, avere qualche problema di salute… insomma le ho ipotizzate quasi tutte!!! E ho passato almeno una settimana dormendo di merda prima di partire. Ogni tanto mentre ero in totale tranquillità e la mia mente d’improvviso si accendeva e si ricordava che avevo deciso di partire da sola, mi arrivava a velocità supersonica la frase “ma che cazzo stai facendo! Ti sei rincretinita??? In viaggio da sola!? E se ti succede…” e via col pippone di sfighe… Il punto è…

  

Mentre ballavo tango in milonga due sere fa ho osservato come le persone entrano nell’abbraccio del ballo e come ne escono. Ci sono persone che entrano ed escono lentamente dall’incontro con l’altro, con cura e attenzione, si danno un tempo per farlo. Altre no, altre ci si buttano subito dentro e immediatamente iniziano a ballare e con la stessa rapidità sciolgono l’abbraccio appena la musica termina.

 

 

Perché, dopo il primo impatto, ci avevamo preso gusto…

Adesso le confido chi sono. Adesso cerco di scoprire chi è. Adesso uso parole nuove.

Adesso lo tocco come non ho mai toccato nessuno… Adesso sono nuovo, sono nuova.

Adesso magari cambio… (C. Gamberale – Adesso)

Inizia così, di solito… con un senso di frastornamento, la sensazione di non sapere più bene chi sei, un senso di vertigine interiore, una sottile eccitazione che non ti lascia mai… Ti dimentichi le cose, il cuore ricomincia a correre più veloce, i desideri sopiti riemergono, i sogni prendono il largo… tutto, improvvisamente, sembra di nuovo possibile, tocca di nuovo a noi… ma… “essere innamorata di lui la fa sentire indifesa” e allora rispuntano da qualche angolo ben nascosto dentro di noi…

Un tempo restare era la sola possibilità, oggi restare è la scelta più ardua nelle relazioni.

In Giappone quando un oggetto di valore si rompe lo si ripara con oro liquido. Laddove si è rotto un’antica tecnica, il Kintsugi, permette di mostrare le fratture d’oro, invece di nasconderle. Le ferite d’oro sono esibite come un pregio. Sono il segno della rinascita. L’idea di fondo è che dall'imperfezione e da una ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore.

“Nella filosofia occidentale tendiamo invece a nascondere le nostre ferite, il nostro dolore, per non riviverlo, per dimenticare. Consideriamo le cicatrici come un qualcosa da eliminare o da occultare. Qualcosa di disarmonico che rovina la figura, che non va mostrato e valorizzato. Un punto debole, invece che un punto di forza. Ci mostriamo forti, inscalfibili, ci descriviamo come guerrieri, così saldi e statuari dentro le nostre grandi, luccicanti e sfarzose armature, senza ferite di guerra ma con tanti trofei. Trofei? E se questi trofei non fossero quelli ammassati sopra una libreria? Se fossero al di sotto delle armature? Se fosse altro di noi a dover scintillare?” (http://liberodipensarci.blogspot.it/2014/09/kintsugi.html) 

Quando qualcosa si rompe noi, nove volte su dieci, lo buttiamo e lo ricompriamo nuovo.

E quando anche solo abbiamo la sensazione che qualcosa s’incrini o non funzioni più come prima lo buttiamo e cerchiamo qualcosa di migliore.

Non sappiamo più aspettare, fatichiamo a riparare e soprattutto non sappiamo più… restare.

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