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Percepiamo la felicità come uno stato che abita il tempo futuro. A volte non ce lo diciamo, ma lo pensiamo. E giochiamo al “Sarò felice quando…” avrò trovato un lavoro che mi corrisponde pienamente… avrò appianato le incomprensioni con il mio compagno… avrò trovato un fidanzato… avrò i figli grandi e quindi sarò più libera… sarò felice quando avrò migliorato questo e quello di me… avrò una casa nuova con più spazio… sarò felice quando potrò finalmente andarmene di casa… fare quel viaggio che tanto sogno… dire a quella persona che per me così non va più bene, ma in questo momento non ho ancora il coraggio di farlo…

Sembra che la felicità e l’appagamento non abitino mai il tempo presente, ma un immaginario futuro… e la cosa buffa di questo gioco della mente è che quando arriviamo a quello che desideravamo, subito spostiamo l’asticella della felicità ancora più avanti… nuovi desideri, nuovi progetti, nuove ambizioni… e finisce che non siamo mai felici… perché siamo troppo occupati a pensare che cosa ci può rendere PIU’ felici

Guardatevi intorno, quante persone conoscete che al vostro “come stai?” rispondono “sono molto felice”. Poche. E’ perché la felicità è uno strano dono prezioso distribuito da non si sa chi, a pochi? O è perché ci sfugge qualcosa?

“Va tutto bene così come è!”.

C’è l’Amore… e poi c’è tutto il resto!

Chi ti racconta che l’Amore è “e vissero felici e contenti” non conosce l’Amore. Chi ti racconta che l’Amore è “sforzarsi di, rinunciare a, obbligarsi a…” non conosce l’Amore. Tra gli estremi della favola e del martirio, lì, sfrugugliando con curiosità si trova il proprio posto.

Stasera sono planata su un film “Le pagine della nostra vita”, davvero bello. Una frase: “Allora non sarà facile, anzi sarà molto difficile e dovremo lavorarci ogni giorno, ma io voglio farlo perché voglio te… l’Amore più bello è quello che risveglia l’Anima e che ci fa desiderare di arrivare più in alto, è quello che incendia il nostro cuore e porta pace nella nostra mente. Questo è quello che tu mi hai dato…”.

Arriva un momento nel proprio percorso di crescita personale nel quale si rischia che la consapevolezza diventi un loop. Ogni cosa nuova che arriva, che sia una nuova relazione, o un nuovo lavoro…, viene letta alla luce della nostra storia personale, di vita, e addio spontaneità. E iniziamo a raccontarci e a raccontare la nostra storia personale di vita, per ricordare a noi stessi da dove veniamo e per dire all’altro e a noi chi siamo stati e quindi chi siamo o meglio chi crediamo di essere oggi. Ci raccontiamo il passato per confermare il nostro senso d’identità, ma è il modo migliore per perdere di vista il presente con le sue nuove occasioni e per rispedire al mittente (l’Universo) il nuovo che ci sta arrivando. E’ il modo migliore per convincerci che noi non possiamo essere altro e alla lunga perdere fiducia in noi e nella occasioni che la vita ci porta.

Perché lo facciamo? Per non vivere!

E’ il titolo di un libro bello, profondo e insieme divertente, che arriva immediato. Bello, anche perché la scrittrice, Federica Bosco, ci ha messo la faccia, apertamente.

Ci sono dolori che un bambino, un adolescente, non dovrebbe conoscere, dolori disumani, soprattutto se inferti da un genitore, forse troppo fragile e a sua volta ferito per accorgersi di come denigrare un figlio, rifiutarlo e farlo sentire una nullità, non gli restituirà quel posto che a sua volta non gli è stato mai tenuto. La violenza, fisica, psicologica, non dovrebbe abitare le vite di chi non ha strumenti per difendersi perché la stessa persona che ferisce è quella che ti ha dato la vita e che più ami.

Marina, 19 anni, solo questo tipo di “Amore” malato conosce, fatto di botte, di umiliazioni, di dolore e di paura, e non può capire perché chi l’ha messa al mondo le faccia questo. E per quanto nel più profondo di sé stessa sappia che quello è un legame malato è però il solo che conosce e quindi accade che è l’unico che crescendo ha la capacità di ricreare, cercando uomini sbagliati, che possano confermare l’immagine distorta di sé, di persona sbagliata, di persona che non ha alcun valore. Perché se un genitore ti fa credere questo, perché mai nel profondo della tua coscienza dovresti pensare che esiste altro, che tu sei altro? Noi impariamo quello che vediamo e sentiamo.

Le parole, il peso che hanno, il timore di dirle, il rimorso di non averlo fatto, il desiderio di lasciarle uscire… quante volte non parliamo come vorremmo, non diciamo ciò che vorremmo?!

Le parole…

Quelle che sto usando io ora mentre scrivo… le parole ponte

Quelle intrappolate dentro e mai dette… le parole invisibili

Quelle che escono da noi e non raccontano cosa davvero proviamo… le parole celate

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