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Arriva un momento nel proprio percorso di crescita personale nel quale si rischia che la consapevolezza diventi un loop. Ogni cosa nuova che arriva, che sia una nuova relazione, o un nuovo lavoro…, viene letta alla luce della nostra storia personale, di vita, e addio spontaneità. E iniziamo a raccontarci e a raccontare la nostra storia personale di vita, per ricordare a noi stessi da dove veniamo e per dire all’altro e a noi chi siamo stati e quindi chi siamo o meglio chi crediamo di essere oggi. Ci raccontiamo il passato per confermare il nostro senso d’identità, ma è il modo migliore per perdere di vista il presente con le sue nuove occasioni e per rispedire al mittente (l’Universo) il nuovo che ci sta arrivando. E’ il modo migliore per convincerci che noi non possiamo essere altro e alla lunga perdere fiducia in noi e nella occasioni che la vita ci porta.

Perché lo facciamo? Per non vivere!

E’ il titolo di un libro bello, profondo e insieme divertente, che arriva immediato. Bello, anche perché la scrittrice, Federica Bosco, ci ha messo la faccia, apertamente.

Ci sono dolori che un bambino, un adolescente, non dovrebbe conoscere, dolori disumani, soprattutto se inferti da un genitore, forse troppo fragile e a sua volta ferito per accorgersi di come denigrare un figlio, rifiutarlo e farlo sentire una nullità, non gli restituirà quel posto che a sua volta non gli è stato mai tenuto. La violenza, fisica, psicologica, non dovrebbe abitare le vite di chi non ha strumenti per difendersi perché la stessa persona che ferisce è quella che ti ha dato la vita e che più ami.

Marina, 19 anni, solo questo tipo di “Amore” malato conosce, fatto di botte, di umiliazioni, di dolore e di paura, e non può capire perché chi l’ha messa al mondo le faccia questo. E per quanto nel più profondo di sé stessa sappia che quello è un legame malato è però il solo che conosce e quindi accade che è l’unico che crescendo ha la capacità di ricreare, cercando uomini sbagliati, che possano confermare l’immagine distorta di sé, di persona sbagliata, di persona che non ha alcun valore. Perché se un genitore ti fa credere questo, perché mai nel profondo della tua coscienza dovresti pensare che esiste altro, che tu sei altro? Noi impariamo quello che vediamo e sentiamo.

Le parole, il peso che hanno, il timore di dirle, il rimorso di non averlo fatto, il desiderio di lasciarle uscire… quante volte non parliamo come vorremmo, non diciamo ciò che vorremmo?!

Le parole…

Quelle che sto usando io ora mentre scrivo… le parole ponte

Quelle intrappolate dentro e mai dette… le parole invisibili

Quelle che escono da noi e non raccontano cosa davvero proviamo… le parole celate

Accade a volte che è troppo tardi, tardi per rimediare, tardi per andare oltre e ci si trova  a fare i conti con sé stessi, con i modi attraverso i quali abbiamo ferito altre persone e ci siamo preclusi una possibilità. Se non è mai tardi per crescere in consapevolezza, questo è certo, può però essere tardi per vivere quella possibilità che sempre si nasconde dietro ogni incontro, e cioè la possibilità di essere felici e di trovare una nuova parte di noi.

Nel corso del tempo ho compreso che se da un lato è vero che ogni relazione che finisce ti fa crescere, anche quando ne esci stanco, ferito, deluso, dall’altra parte se si osserva molto attentamente e molto sottilmente è possibile intravedere la possibilità, l’opportunità che l’Universo ti stava offrendo e che spesso rifiutiamo.

Due giorni fa chiacchieravo con un’amica e ripercorrevamo le strategie di comportamento messe in atto nelle relazioni per evitare quello che tutti temono: la profondità e l’intimità, che apre le porte alla gioia di stare in relazione. La profondità intesa come capacità di aprirsi all’altro, di mostrarsi interamente per ciò che si è, di rendersi vulnerabili. Quanti di noi se lo permettono? Ma è lì che nasce la vera intimità.

La vita che viviamo è come un film, un immenso show, un teatro dove ciascuno di noi, senza saperlo ha creato la sua sceneggiatura, ha scelto i suoi attori, si è dato una parte e recita. La scelta della sceneggiatura nasce da tutti i condizionamenti familiari e sociali che crescendo abbiamo appreso e che si sono radicati nella nostra memoria cellulare, condizionamenti che possiamo anche portarci dietro da generazioni precedenti. Per me oggi tutto questo è molto chiaro, ma ho avuto bisogno di molti anni per iniziare a vederlo, poi consapevolizzarlo, infine accettarlo.

Chi è completamente identificato nel suo film, ovvero nella sua schiera di condizionamenti, a questo punto mi starà dando della pazza, comprendo. Chi invece è già all'interno di un cammino di risveglio interiore, ovvero di risveglio dal film, si ritroverà.

Che cos'è il nostro film?

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