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«Un Bene Culturale Immateriale», con queste parole l'Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura) ha annunciato il 30 settembre 2009 l'inserimento del Tango Argentino nel Patrimonio dell'Umanità. La motivazione: «personifica sia la diversità culturale, sia il dialogo. Rappresenta l'essenza di una comunità e pertanto merita di essere salvaguardato».

Il Tango Argentino è una danza di coppia unica nel suo genere perché raggiunge una libertà espressiva inaccessibile ad altri balli di coppia. E’ danza d’improvvisazione e le sue potenzialità espressive sono amplissime. La postura del tango richiama la necessità di imparare a stare ciascuno sul suo asse, saldo sui propri piedi. Ognuno è responsabile del suo equilibrio, senza però perdere la connessione con l’altro attraverso l’abbraccio, e quindi l’attenzione alla relazione. Uno stare in asse dinamico che implica la disponibilità e necessità di ascoltare chi ci sta di fronte.

Il tango è, infatti, un ballo di relazione, basato su una comunicazione corporea, non verbale, per questo si dice che nel tango non si può mentire, perché il corpo non mente.

 

Mi sono chiesta tante volte, nella vita, quale fosse la chiave per essere felici. Tutti ce lo chiediamo e volta per volta ci diamo risposte diverse e di solito iniziano tutte così: “sarò felice quando avrò… questo o quello”, “sarò felice quando sarò… così o cola”. La felicità appare spesso come qualcosa da raggiungere, qualcosa di lontano, qualcosa per cui lottare, sforzarsi, faticare fino a ottenerla.

In dieci anni di cammino dentro di me ho pensato tante volte che fosse La volta, l’occasione per essere felice in maniera durevole… poi però non era mai veramente così, avanzavo, cambiavo, tanto in me e nella mia vita migliorava, ma mi sfuggiva sempre qualcosa, la chiave, il senso, quindi dopo dieci anni mi sono chiesta proprio poche settimane fa che cosa non stessi vedendo.

Qual è la chiave per essere felici?

 

E poi arriva il NO… quante volte avremmo voluto dirlo, quante volte ce l’avevamo sulla punta della lingua e l’abbiamo rimandato giù, quante volte sapevamo che era la cosa migliore per noi da dire, ma… semplicemente non usciva. Davanti a qualcuno che ci ha fatto sentire offesi, rifiutati, abbandonati, traditi… o anche solo non visti, non considerati… sapevamo che il NO era la scelta migliore, la coscienza l’aveva compreso, ma poi si insinuava quella paura di dirlo, paura di dire NO

No a come l’altro ci tratta, o non ci tratta

No a come l’altro ci parla, o non ci parla

No a come l’altro ci manipola o ci illude

Semplicemente NO… NO!

Avete mai notato che quando siamo in prossimità di uno slancio in avanti, di un passo nuovo, o anche solo di una comprensione importante che ci chiarisce la direzione da prendere… il passato, come per scherzo del destino, torna a bussare alla porta?

Decido di cambiare lavoro, magari dopo anni di fatica, di dubbi, finalmente decido e mi arriva una proposta di innalzamento di carriera nel luogo dove per anni avrei voluto essere considerato e riconosciuto di più, ma guarda caso accade proprio quando ho deciso di andarmene…

decido di guardare avanti dopo una delusione d’amore, di aprirmi al nuovo, e come qualcuno si avvicina, l’ex torna sui suoi passi per cercare di riguadagnare terreno dicendo magari quello che avremmo voluto sentirci dire prima di arrivare sfiniti a dire “basta”…

Il passato che bussa alla nostra porta è un brutto scherzo del destino o è un’occasione da non perdere?

Lo so, la prima sensazione che risuona di fronte al “mi arrendo” è di perdita, una sorta di “ho perso”, quasi si potesse vedere chi lo pronuncia, accasciarsi a terra o trovarsi con le spalle al muro, stanco e spossato, dopo una lunga lotta… perché a questo ci fa pensare: alla resa, alla fine di una lotta, e in un certo senso è proprio così…

Se si va oltre, sotto la superficie, c’è una sorta di respiro di sollievo, perché rimandano ad un senso di riposo, arrendersi è un posarsi,  un riposarsi, un dire “basta”, un mollare la presa…

… e se in questo non ci fosse una perdita ma una conquista, anzi La conquista?

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